Ieri quasi coricato su questo scampolo di pelle nera, scomposta dai graffi, che non fa altro che incurvare ulteriormente questa schiena già inveterata, leggevo le tue parole su liquidi cristalli.
E mi son fatto ghiaccio.
La tua sconcertante ed inedita lucidità, un'analisi ineccepibile.
Anche se mi rendo conto che non è tutto.
E te l'ho detto, mentre mi consumavo a bassa voce, per fare in modo che le fibre di legno e plexiglass che mi separano da loro bastassero a rendermi muto.
Come quando tornati dalla montagna, mi dicesti che non erano sufficienti a nascondere la tua voce e che pensavi s'intravedesse la tua ombra, proiettata sul nulla, dall'ingresso.
E volevi le lenzuola, che avevo preso furtivo nell'altra camera fuggendo dallo sguardo inquisitorio di mia madre, per dormire nel letto di sopra, perchè ci vuole sempre quel minimo di je ne sais quoi. Lo stesso che mi faceva tornare da casa tua ed odiare i passeri, perché erà già mattino quando mi mettevo a letto, sempre vestito.
E il giorno dopo, di pomeriggio, abbiamo preso la macchina per andare a Crema o Cremona dove c'era quel gelataio che faceva il pistacchio buonissimo e poi a Piacenza, da Medardo, solo per fare l'aperitivo, perchè lì si paga anche tanto ma si mangia bene e perchè avevamo i buoni per fare la benzina gratis e volevo farti conoscere la Mari.
Devo scegliere sempre io il tuo cocktail e cosa mangiare, dai piatti pieni di schifezze e surrogati di caviale di bassa qualità, ma a te piaceva così e andava benissimo.
Ridevi quando guidavo, con gli occhiali da persona seria, con una sola mano , l'altra sulle tue gambe e poi ti addormentavi senza dire nulla.
Come quando iniziano le gallerie, quelle lunghe, per andare a Bormio, mentre ascoltavamo sempre la stessa canzone degli Smiths o dei Gang of four, dall'inizio del viaggio. Volevi che ti raccontassi di quando favevo il dj in centro a Milano, in galleria Vittorio Emanuele, che non avevo ancora la patente e veniva a prendermi mio padre e il giorno dopo a scuola dormivo sul banco. Di com'era portare i pantaloni larghi e se non avevo paura a scrivere sui muri, mentre passavamo da quel ramo del lago di Como.
E che mi mettessi a cantare e a fare i gesti come Morrisey.
Io poi nel tunnel ho chiuso gli occhi, solo per un secondo, per vedere cosa sognavi, rischiando di ucciderci.
Proprio come nella canzone che continuavamo ad ascoltare.
Continuare a ripetermi, accostandoti alle mie orecchie per urlarlo ancora più forte, quanto ti dispiaccia che sia tutto finito e tutto il resto, è talmente vuoto da non donarmi la Grazia per addormentarmi.
Intanto realizzo che questo è l'unico luogo dove riesco ancora a dormire.
Non dormirai più... Glamis ha ucciso il sonno, e perciò Cawdor non dormirà più. Macbeth non dormirà più
Prima di tutto mi sono apparsi, come sempre, i tuoi fantasmi.
Ti ho vista correre, forsennata, con la tua bicicletta nera per i vicoli più reconditi (che poi sono quelli più affascinanti) di Bologna, nei pressi di via de' Coltelli, dove facevamo sempre colazione la mattina, a pochi metri da dove abitavi, in quella casa stupenda, davanti alla quale una volta sono stato quasi tutta la notte, sugli scalini dove negli ultimi giorni di maggio mi parlavi di tuo zio, che come il mio, è morto di eroina negli anni Ottanta. Senza avvisarti nè dirti niente, perchè volevo solo sbirciarti dalla finestra mentre studiavi il criticismo kantiano.
E facevamo a gara a chi faceva innervosire di più i camerieri.
Solo dopo ho ricevuto la conferma da E., che sabato è stato investito, una frattura alla clavicola, come te la gamba più o meno in questo periodo l'anno scorso, quando ancora non ti conoscevo nonostante tu venissi a lezione solo perchè c'ero io o almeno così dicevi.
E lui tossisce tutta la notte e ora dovrà pure rimpiazzarmi con un nuovo compagno di stanza.
Ma non sto scappando, come ti dicono i ronzii che ascolti tramite il ricevitore del telefono rosa, quello di tua sorella, con cui mi mandasti le foto del tuo cane buffo, che si era rotto una zampa perchè tua mamma l'aveva pestato per sbaglio.
Credimi.
Almeno ora.
sei scappato
senza tentare niente
e io ho sempre saputo che era così
Ora mi preoccupa solo sapere a chi darò il tuo libro di filosofia medievale, quello scritto dalla professoressa - che se io avessi il suo nome me ne vergognerei -
E questo inverno ho studiato la storia dei Ballets Russes perchè tra le poco foto che avevi appese sulla parete di camera tua c'era quella di Nijinsky vicino a quella di Sylvie Guillem. E vedendo il Romeo e Giulietta di Prokofiev ho pianto.
Abbiamo sempre bisogno di oltrepassare la mezzanotte solo per capire se dirci addio o arrivederci?
E mi son fatto ghiaccio.
La tua sconcertante ed inedita lucidità, un'analisi ineccepibile.
Anche se mi rendo conto che non è tutto.
E te l'ho detto, mentre mi consumavo a bassa voce, per fare in modo che le fibre di legno e plexiglass che mi separano da loro bastassero a rendermi muto.
Come quando tornati dalla montagna, mi dicesti che non erano sufficienti a nascondere la tua voce e che pensavi s'intravedesse la tua ombra, proiettata sul nulla, dall'ingresso.
E volevi le lenzuola, che avevo preso furtivo nell'altra camera fuggendo dallo sguardo inquisitorio di mia madre, per dormire nel letto di sopra, perchè ci vuole sempre quel minimo di je ne sais quoi. Lo stesso che mi faceva tornare da casa tua ed odiare i passeri, perché erà già mattino quando mi mettevo a letto, sempre vestito.
E il giorno dopo, di pomeriggio, abbiamo preso la macchina per andare a Crema o Cremona dove c'era quel gelataio che faceva il pistacchio buonissimo e poi a Piacenza, da Medardo, solo per fare l'aperitivo, perchè lì si paga anche tanto ma si mangia bene e perchè avevamo i buoni per fare la benzina gratis e volevo farti conoscere la Mari.
Devo scegliere sempre io il tuo cocktail e cosa mangiare, dai piatti pieni di schifezze e surrogati di caviale di bassa qualità, ma a te piaceva così e andava benissimo.
Ridevi quando guidavo, con gli occhiali da persona seria, con una sola mano , l'altra sulle tue gambe e poi ti addormentavi senza dire nulla.
Come quando iniziano le gallerie, quelle lunghe, per andare a Bormio, mentre ascoltavamo sempre la stessa canzone degli Smiths o dei Gang of four, dall'inizio del viaggio. Volevi che ti raccontassi di quando favevo il dj in centro a Milano, in galleria Vittorio Emanuele, che non avevo ancora la patente e veniva a prendermi mio padre e il giorno dopo a scuola dormivo sul banco. Di com'era portare i pantaloni larghi e se non avevo paura a scrivere sui muri, mentre passavamo da quel ramo del lago di Como.
E che mi mettessi a cantare e a fare i gesti come Morrisey.
Io poi nel tunnel ho chiuso gli occhi, solo per un secondo, per vedere cosa sognavi, rischiando di ucciderci.
Proprio come nella canzone che continuavamo ad ascoltare.
Continuare a ripetermi, accostandoti alle mie orecchie per urlarlo ancora più forte, quanto ti dispiaccia che sia tutto finito e tutto il resto, è talmente vuoto da non donarmi la Grazia per addormentarmi.
Intanto realizzo che questo è l'unico luogo dove riesco ancora a dormire.
Non dormirai più... Glamis ha ucciso il sonno, e perciò Cawdor non dormirà più. Macbeth non dormirà più
Prima di tutto mi sono apparsi, come sempre, i tuoi fantasmi.
Ti ho vista correre, forsennata, con la tua bicicletta nera per i vicoli più reconditi (che poi sono quelli più affascinanti) di Bologna, nei pressi di via de' Coltelli, dove facevamo sempre colazione la mattina, a pochi metri da dove abitavi, in quella casa stupenda, davanti alla quale una volta sono stato quasi tutta la notte, sugli scalini dove negli ultimi giorni di maggio mi parlavi di tuo zio, che come il mio, è morto di eroina negli anni Ottanta. Senza avvisarti nè dirti niente, perchè volevo solo sbirciarti dalla finestra mentre studiavi il criticismo kantiano.
E facevamo a gara a chi faceva innervosire di più i camerieri.
Solo dopo ho ricevuto la conferma da E., che sabato è stato investito, una frattura alla clavicola, come te la gamba più o meno in questo periodo l'anno scorso, quando ancora non ti conoscevo nonostante tu venissi a lezione solo perchè c'ero io o almeno così dicevi.
E lui tossisce tutta la notte e ora dovrà pure rimpiazzarmi con un nuovo compagno di stanza.
Ma non sto scappando, come ti dicono i ronzii che ascolti tramite il ricevitore del telefono rosa, quello di tua sorella, con cui mi mandasti le foto del tuo cane buffo, che si era rotto una zampa perchè tua mamma l'aveva pestato per sbaglio.
Credimi.
Almeno ora.
sei scappato
senza tentare niente
e io ho sempre saputo che era così
Ora mi preoccupa solo sapere a chi darò il tuo libro di filosofia medievale, quello scritto dalla professoressa - che se io avessi il suo nome me ne vergognerei -
E questo inverno ho studiato la storia dei Ballets Russes perchè tra le poco foto che avevi appese sulla parete di camera tua c'era quella di Nijinsky vicino a quella di Sylvie Guillem. E vedendo il Romeo e Giulietta di Prokofiev ho pianto.
Abbiamo sempre bisogno di oltrepassare la mezzanotte solo per capire se dirci addio o arrivederci?
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